Marcello D’Orta, autore del bestseller Io speriamo che me la cavo, è morto a seguito di un tumore. Aveva sessant’anni. Marcello D’Orta, il maestro elementare come era noto, aveva dichiarato che voleva sconfiggere la sua malattia anche con la scrittura: e infatti fino alla fine ha lavorato a un libro su Gesù, opera rimasta incompiuta.
La sua opera più nota è, senza dubbio, Io speriamo che me la cavo: una raccolta di sessanta temi scritti dai bambini della scuola elementare di Arzano, in provincia di Napoli, in cui D’Orta insegnava. Ecco uno dei temi presenti nella raccolta:
La Svizzera è un piccolo paese dell’Europa, che si afacia sulla Svizzera, l’Italia, la Germania, la Svizzera e l’Austria. A molti laghi e molte montagnie, ma il mare non bagnia la Svizzera, e soprattutto Berna.
Ma Marcello D’Orta non è ha scritto solo questo libro: la sua produzione è vasta e abbiamo titoli come Era tutta un’altra cosa. I miei (e i vostri) anni Sessanta (Barbera, 2012), All’apparir del vero. Il mistero della conversione e della morte di Giacomo Leopardi (Piemme, 2012), Aboliamo la scuola (Giunti, 2010), Maradona è meglio ‘e Pelé (Limina, 2002).
Appassionato della sua terra – Marcello D’Orta era nato a Napoli il 25 gennaio 2953 – nel 2005, sulla Gazzetta del Sud si era espresso in difesa del dialetto:
Io, modesto maestro elementare, dissento da glottologi, filologi e professori universitari. Il dialetto nasce dentro, è lingua dell’intimità, dell’habitat, “coscienza terrosa” di un popolo, sta all’individuo parlante come la radice all’albero; nasce nella zolla, si nutre nell’humus, si fonde nella pianta stessa. È, insomma, l’anima di un popolo.
Di Marcello D’Orta vi consiglio la lettura di Nero napoletano. Viaggio tra i misteri e le leggende di Napoli, pubblicato da Marsilio nel 2004 in cui, tra l’altro, leggiamo:
Napoli è città del mito e del sovrannaturale, dove la Morte, che ha segnato storia e leggende, è “di casa” quasi quanto la Vita, con la quale spesso si intreccia in modo indistinguibile. Bene ha detto De Crescenzo: “Dalle nostri parti con la morte c’è confidenza”, una confidenza che qualche volta diventa familiarità, disinvoltura di modi e di espressione, terreno fertile per umorismo e ironia.
E conclude:
In un certo senso, Napoli è una pagina di letteratura diksensiana, dove la maschera di Pulcinella va a braccetto con la figura dello schiattamuorto [becchino]