Sono “condensate e translucide” proprio come i riflessi ora tenui ora abbaglianti dei ghiacci tra i quali era nato, le immagini che Tomas Tranströmer utilizzava nelle sue poesie “per darci il suo nuovo, personale accesso alla realtà”. Questo scrivevano gli esperti dell’Accademia di Svezia nella motivazione con la quale gli conferirono il premio Nobel per la letteratura nel 2011, ben undici anni dopo l’ictus che lo aveva colpito, senza toglierli, però, né la voglia né il potere di scrivere. Tra i pochissimi poeti ad averlo vinto (nella sua opera la prosa occupa un posto marginale, almeno dal punto di vista commerciale), giocava in casa, direte voi, dove le sue pagine, così meditative e bisognose di tempo, tanto tempo, per essere penetrate e interiorizzate, potevano essere maggiormente comprese, eppure questa sua “scandinavicità”, per non dire “svezicità”, fu un’arma a doppio taglio: negli anni Settanta era accusato spesso di essere troppo legato alla tradizione letteraria locale, colpevole di farsi scivolare addosso o accanto i grandi mutamenti della storia, le cui eco tra i suoi ghiacci probabilmente arrivavano attutite, o ancor peggio di essere ancorato a un passato bollato come arcaico, diviso tra Modernismo, Surrealismo ed Espressionismo.
Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio
Mi recai sull’isola innevata
Non ha parole la natura selvaggia
Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione
Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto
Linguaggio non parole(Marzo ’79)
A me sinceramente sembrano appartenere più a un Impressionismo “monetiano” i suoi versi, tracciati con esili pennellate che fissano i momenti estremi che la natura fa vivere al suo Paese: la notte più lunga, il giorno più lungo… E questo c’introduce al tema centrale della poesia di Tranströmer: il silenzio. Un silenzio cercato a discapito della parola – ossimoro per chi vive e campa grazie alle parole, anche nella professione di psicoterapeuta, che lo vide sempre in prima linea accanto a disabili e tossicodipendenti – un silenzio che diventa metalinguaggio denso di significati, da opporre alle parole vuote e spesso abusate del mondo di oggi; un silenzio che è anche una condizione necessaria per l’ascolto e la ricerca di un rapporto superiore, quello con Dio. Ma il silenzio diventa anche desolazione, e allora ecco gli sterminati paesaggi naturalistici dove non c’è traccia dell’uomo – il re della parola – e può trasformarsi (chi mai l’avrebbe detto) perfino in prigione, conseguenza della malattia, sinonimo di chiusura e di morte, proprio come un violino costretto nella sua custodia a non suonare più, metafora usata in Aprile e Silenzio in cui il poeta affronta le difficoltà di un male che lo ha reso muto e inchiodato a una sedia a rotelle.
Ancora: alla dissoluzione del corpo, di cui parla nella sua autobiografia I ricordi mi guardano del 1993 e nella raccolta di poesie Il grande mistero del 2004, contrappone la dissoluzione del verso che si allunga all’infinito nella prosa. L’esempio forse più celebre e calzante di questa contaminazione tra poesia e prosa è Mari Baltici, ma non meno interessante è l’antologia delle sue primissime opere, uscite dalla penna di un Tranströmer tredicenne, 17 poesie, dove l’equilibrio instabile è frutto più della giovane età che di una scelta stilistica consapevole.
Tomas Tranströmer se n’è andato oggi, a 83 anni, in silenzio, quella condizione umana prima amata e poi aborrita, e scommettiamo che per la sua anima profonda e inquieta, almeno in parte la morte sia stata una liberazione: quella dalla gabbia di una colomba che finalmente può volare nel cielo abbracciando l’orizzonte sconfinato del mondo, non più quello ristretto di una finestra.