Sono già otto anni e mezzo che se n’è andato, ma sembra ancora qui tra noi perché ogni replica di un suo programma (troppo poche, in verità) ma soprattutto ogni singola pagina degli oltre ottanta libri che ha dato alle stampe nella sua lunghissima vita da giornalista, ci parlano ancora. Enzo Biagi, un maestro per chiunque abbia timidamente o spavaldamente deciso di muovere i propri passi dentro questo mestiere, non solo è stato e resta un gigante del giornalismo e della scrittura in generale, ma anche di umanità e di personalità.
Credo che la libertà sia uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà.
Forse era questa la parola che gli piaceva di più e non poteva essere altrimenti per uno che ha fatto la Resistenza e che per tutta la sua vita successiva l’ha considerata il momento più formativo, importante e, a suo modo bello, di tutta la propria esistenza. “Una voce di libertà”, l’ha chiamato il Presidente Napolitano nel messaggio di cordoglio per la sua morte e c’è da scommetterci che avrebbe sorriso di questa definizione, se l’avesse sentita. Le limitazioni alla libertà d’espressione, infatti, proprio non andavano giù a Enzo Biagi: per questo odiava tutti i fascismi e quello italiano in particolare, che aveva chiuso la rivista studentesca Il Picchio che aveva messo su negli anni delle superiori, mentre per i partigiani ideò e diresse il foglio Patrioti, esperienza anche questa interrotta dalle squadracce che ne distrussero la tipografia.
Enzo Biagi, i libri e la tv
Su quegli anni per lui illuminati dalla lanterna della giovinezza, ma oltremodo oscuri per l’Italia, Enzo Biagi esordì pubblicando nel 1961 il suo primo libro, Il crepuscolo degli dei, frutto di un viaggio in Germania alla ricerca delle storie degli uomini che sotto la cenere e il silenzio di quindici anni di dopoguerra bruciavano ancora, storie di vittime e di carnefici, da ricordare per non replicare. D’altronde aveva scelto di fare il giornalista proprio per viaggiare, conoscere il mondo e i suoi racconti; lo aveva maturato dopo aver letto Martin Eden di Jack London e lo aveva già espresso a chiare lettere in un tema alle medie: il giornalista era un vendicatore capace di riparare torti e ingiustizie; più tardi, quando nel 1971 tornerà al Resto del Carlino da direttore, nel suo primo editoriale disse che considerava la professione anche come un servizio “al pari dell’elettricità e dell’acquedotto”.
Ma il giornalismo non solo lo portò a viaggiare in senso stretto (già negli anni Quaranta fu inviato al Giro d’Italia, a Londra per l’incoronazione di Elisabetta II e poi nel 1951 le sue memorabili cronache dal Polesine alluvionato), ma anche a rimbalzare tra la sua Bologna, Milano e Roma, dove approdò nel 1961 alla Rai dell’era Bernabei, e cominciò la sua lunga storia d’amore con la televisione pubblica, durata quarant’anni. Al seguito c’erano sempre le sue donne: la moglie Lucia e le figlie Carla, Bice e Anna. La prima e l’ultima lo precedettero nel mondo dei più, causandogli un dolore indicibile, mentre le altre due lo hanno accompagnato, per mano, nell’ultimo viaggio, quella fredda mattina del 6 novembre 2007. Nel 2004 Lettera d’amore a una ragazza di una volta, esce postumo rispetto alla morte dell’amata Lucia, occasione di riflessione nostalgica e di bilancio di sessantadue anni di vita insieme, trascorsi – per scelta deliberata – lontano dai salotti alla moda. All’universo femminile che contava non solo nel suo privato, è dedicato Quante donne (1996), un altro dei suoi libri più riusciti. Attraverso personaggi femminili di spicco, racconta mezzo secolo di storia del nostro Paese, perché solo le donne sanno incarnare pregi e difetti di un popolo, ma soprattutto sanno viverne i sentimenti. È tra queste pagine e tra quelle delle sue biografie più celebri, da Gianni Agnelli a Enzo Ferrari fino a Marcello Mastroianni, che iniziano a modellarsi le sue proverbiali interviste, perché già i suoi racconti di vite traggono linfa dai colloqui ripetuti nel tempo con personaggi di tale calibro, con alcuni dei quali (Ferrari e Mastroianni ad esempio) si era stabilita anche una certa confidenza, tanto che i rispettivi volumi fanno sentire il lettore come uno che spia dal buco della serratura una conversazione privata tra due vecchi amici.
All’incredibile forza che la sua penna assumeva nel raccontare, si univa un certo fiuto per la notizia: fece “epoca” (nel vero senso della parola, visto che era appena divenuto caporedattore dell’omonimo settimanale Mondadori) la sua disobbedienza alle direttive impartite dal direttore assente e la dedica della copertina del numero in corsa a quello che nella storia sarà ricordato come il “caso Montesi”, scoppiato nell’estate del 1953. Una giovane popolana viene ritrovata morta in circostanze equivoche sulla spiaggia di Capocotta, e al delitto, in cui restano coinvolti alcuni dei rampolli più in vista dell’alta borghesia romana, inaspettatamente si appassiona l’Italia intera. La speciale ricostruzione dei fatti che Enzo Biagi ne fece su Epoca, gli valse in pochi giorni la promozione a direttore del periodico.
Sul giornalismo, a metà tra il saggio e il romanzo, i libri di Enzo Biagi sono tanti: c’è la trilogia “del vecchio cronista” aperta con L’albero dai fiori bianchi, seguito da Lunga è la notte e chiusa con Scusate, dimenticavo, 1997. In ognuno di questi, come in Un giorno ancora (2001), elementi autobiografici e insegnamenti da manuale si fondono nelle rievocazioni degli anni da inviato, nelle confessioni serene di chi ha cercato sempre di fare il proprio lavoro con onestà, e nella consapevolezza di non essere un giudice della realtà, ma solo un interprete dei suoi accadimenti, perché ogni servizio realizzato, ogni articolo scritto avvicina di un passo all’ideale greco del “conosci te stesso”.
In Cose loro e fatti nostri (2002) Enzo Biagi mette nero su bianco l’intento che lo animò professionalmente per buona parte della sua vita, quella – almeno – dall’ingresso in Rai in poi: la necessità tutta italiana di un modo diverso di fare politica, non al servizio di questo o quel potente di turno, ma a servizio della gente comune, proprio come sta scritto nella Costituzione. E quindi c’era bisogno anche di un modo nuovo di raccontarla, questa politica. Questo modo lo inventò proprio lui, Enzo Biagi, quel “piccolo” giornalista dell’Appennino emiliano, che – ormai con un certo bagaglio d’esperienza sulle spalle – nel 1995 intraprese l’avventura di Il Fatto, in seguito considerata da una pletora di critici televisivi la migliore trasmissione dei primi cinquant’anni della Rai Tv. In pochi minuti che godevano dell’effetto traino del Tg della sera, si approfondiva la notizia del giorno, spesso attraverso il commento di un personaggio illustre, sull’archetipo delle ormai celeberrime interviste di Enzo Biagi. Nulla di nuovo, oggi come oggi, ma allora lo era eccome. Due, in particolare, furono le interviste che fecero scalpore: quella al folletto Roberto Benigni e al grande Indro Montanelli a ridosso delle elezioni del 2001. Il primo ironizzò sul contratto con gli italiani che il candidato Silvio Berlusconi aveva firmato qualche giorno prima nel salotto di Vespa e sul conflitto d’interessi che si portava dietro; il secondo, con assai meno ironia, aveva paragonato lo schieramento di centrodestra a un virus e il suo leader a un duce che avrebbe instaurato presto in Italia “una dittatura morbida in cui al posto delle legioni quadrate avremmo avuto i quadrati bilanci”.
«L’editto bulgaro» di Berlusconi contro Enzo Biagi
Molte furono le polemiche, ma – si sa – la vendetta è un piatto che va gustato freddo. Un anno dopo, l’ormai presidente del Consiglio Berlusconi, mentre si trova in visita ufficiale a Sofia, emette la sentenza passata agli annali come l’editto bulgaro: “Mi auguro che la nuova dirigenza Rai – disse – non permetta più un uso criminoso della televisione pubblica come quello fatto da Michele Santoro, dal comico Daniele Luttazzi e dal giornalista Enzo Biagi”.
Per Enzo Biagi, “la voce della libertà” fu l’inizio di una lunghissima controversia con Mamma Rai che condusse alla risoluzione del suo contratto, il 31 dicembre 2002. Un divorzio che non fu senza strascichi né colpi bassi e che si sovrappose – come spesso la vita, inspiegabilmente, dispone – ai dolorosi lutti della sua vita privata. Tutta questa triste vicenda trovò sfogo, come sempre, in inchiostro e carta: quella delle pagine che compongono il libro Era ieri, uscito nel 2005.
Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare.
Il ritorno di Enzo Biagi in tv e la sua uscita di scena da questo mondo
Ma neppure il magnate televisivo che più volte, in un passato neanche troppo remoto lo aveva corteggiato affinché desse lustro e credibilità alle sue televisioni commerciali, poteva distruggere l’amore del pubblico per Enzo Biagi. Quando, il 22 aprile 2007, tornò con la riedizione di un vecchio programma di successo, RT Rotocalco Televisivo – sette puntate a tema con la promessa di riprendere in autunno con la nuova stagione – il boom di ascolti fu palese:
C’eravamo persi di vista, c’era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Pe fortuna, qualcuna è anche finita.
Forse sembrerà strano, eppure quei cinque anni lontano dal piccolo schermo e dalla “sua” gente, la gente comune, segnarono molto Enzo Biagi, tanto che il rientro in Rai fu poi raccontato dalle figlie come “l’ultimo regalo” che la vita gli fece: quello di riprendere il mestiere che aveva fatto tutta la vita, il giornalista.
La promessa della ripresa autunnale di RT non poté essere mantenuta, però: le condizioni dell’ormai 87enne Enzo Biagi precipitarono improvvisamente a causa di un edema polmonare che se lo portò via in pochi giorni. Come sta? Le chiedevano le infermiere. “Come d’autunno sugli alberi le foglie… ma tira un forte vento”, rispose prima di spegnersi, parafrasando Ungaretti.
Enzo Biagi, l’ultimo baluardo della libertà d’espressione riposa per sempre nel suo paesino d’origine, Pianaccio di Lizzano in Belvedere, là da dove sentiva di “non essere mai partito”.
Le verità che contano, i grandi principi, alla fine restano sempre due o tre e sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino.
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