Natalia Ginzburg (1916-1991)
Gliene sono bastati un po’ meno, 75: tanti ne aveva, infatti, Natalia Ginzburg, quando lasciò questo mondo nell’ottobre 1991, stanca, probabilmente, delle mille vite che aveva vissuto. La prima era quella della sfera più privata, di moglie e madre: due volte vedova, cinque figli di cui due disabili e uno morto prestissimo, esperienza che non poteva non toccarla nel profondo, era di origini ebraiche che visse appieno: durante la guerra per tre anni seguì il marito al confino in Abruzzo – marito poi torturato e ucciso in carcere, di cui lei decise di portare il nome – di quegli anni maledetti è anche il suo primo romanzo, La strada che va in città, firmato con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte e ripubblicato con il suo vero nome a conflitto finito.
Fu proprio tra le pietre di quel paesino di montagna dove era costretta a risiedere, Pizzoli, che inizia la sua seconda vita, quella di scrittrice. Quelle pietre e quelle montagne, ma soprattutto la durezza di quegli anni, le ispirano il suo primo romanzo ricco spigoli e morbidezze, che racconta di una storia spinta dall’anelito di evasione che ben presto si rivela un abbaglio. Natalia racconta questa vicenda con uno stile al quale abituerà i suoi lettori: diretto, concreto, senza ricami né descrizioni; la sua penna non indugia né descrive, ma asserisce e sentenzia.
Scrivere non è un mestiere che tiene compagnia, non rappresenta una consolazione, né uno svago. Per scrivere cose che servono bisogna sentirsi stanchi; è lo scrivere in se stesso che deve stancare e deve rifuggire dall’evasione.
In realtà la sua carriera era iniziata anni prima, esordio spezzato dalla follia della guerra: nel 1933 aveva pubblicato su una rivista letteraria il racconto I bambini, ma la notorietà arriva con la sua seconda fatica, È stato così, che vince il premio Tempo. Anche qui troviamo il racconto di una donna sola destinata a smarrire la propria esistenza a causa della gelosia e dell’eccessiva passione. Si delinea, quindi, un tema ricorrente nella poetica della Ginzburg, che accompagnerà per sempre l’autrice nell’Olimpo della letteratura: il pathos vissuto al femminile, con tutto quello che ne consegue.
Nel 1952 esce Tutti i nostri ieri, una sorta di anticipazione del suo capolavoro di undici anni dopo, Lessico famigliare. Ancora un intreccio di passioni, di amori, di legami indissolubili oppure spezzati che caratterizzano stavolta, però, non la vita di una sola persona, bensì di un’intera famiglia. E sarà la sua di famiglia, i Levi guidati dal padre Giuseppe nella nativa Palermo, al centro della sua opera summa, che conquistò l’ambitissimo Premio Strega. Con un tocco deciso e talmente realistico che sembra al lettore di conoscerli realmente, Natalia Ginzburg descrive i componenti della sua famiglia, con un’attenzione particolare a quelli femminili; sullo sfondo arrivano presto il fascismo, le persecuzioni razziali, la guerra e altri orribili drammi come il suicidio dell’amico Cesare Pavese. Dopo il tema della donna che da ragazza ingenua la vita finisce quasi sempre per trasformare in una seduttrice sicura di sé e capace di dominare, la Ginzburg, quindi, abbraccia il tema della famiglia che le è oltremodo congeniale: a Lessico seguiranno Caro Michele, un ragazzo un po’ sbandato la cui storia viene ricostruita attraverso le lettere della madre e della sorella Angelica, con le quali ha un rapporto irrisolto e soffocante; Famiglia del 1977 fino a La città e la casa del 1984.
Natalia Ginzburg, poi, scriverà anche saggi come quello, rimasto famoso, sulla famiglia Manzoni, e testi teatrali di pregio come Ti ho sposato per allegria.
La felicità rende la fantasia più fervida mentre l’infelicità vivacizza la nostra memoria. La sofferenza rende la fantasia debole e pigra; non riusciamo a distogliere lo sguardo dalla nostra vita e dalla nostra anima, dalla sete e dall’inquietudine che ci pervade.
Negli anni Settanta, Natalia Ginzburg inizia la sua terza vita, quella di giornalista: in questo periodo è collaboratrice assidua del Corriere della Sera che ne pubblica sovente gli elzeviri su argomenti di critica letteraria, costume, cultura e teatro. È rimasta nella storia la sua lettura critica del film Sussurri e grida del regista svedese Ingmar Bergman, che l’autrice loda per la capacità di penetrare la psicologia femminile e narrare attraverso questa una vicenda, ancora una volta, familiare. Era la prima volta che accadeva in un’arte come quella cinematografica, anch’essa fino ad allora appannaggio solo degli uomini. Un altro suo articolo importantissimo uscirà su L’Unità nel marzo 1988 con l’emblematico titolo Non togliete quel crocifisso; è il segno del dolore umano, con cui la scrittrice entra di fatto in un tema molto dibattuto nella società di allora.
Ma l’inizio del terrorismo fa sviluppare e crescere anche la quarta vita di Natalia Ginzburg: quella dell’attivismo politico e del risveglio della coscienza civile. Tutto ha inizio con la strage di piazza Fontana a Milano nel 1969, poi firmerà assieme a molti intellettuali dell’epoca una lettera aperta a L’Espresso sul caso dell’anarchico Pinelli e della sua morte in circostanze mai chiarite all’interno della Questura di Milano, allora guidata dal commissario Calabresi. Seguiranno la solidarietà ai giornalisti di Lotta continua, la partecipazione alla campagna innocentista in favore dei militanti di potere operaio Panzieri e Lojacono, e l’elezione in Parlamento nella file del Pci nel 1983.
Una sola persona, tante vite, accomunate da un obiettivo: mai tacere, sempre combattere l’incomunicabilità a cui vuole condannarci la vita moderna. Noi, con questo lungo post, abbiamo raccolto il suo invito, e sulla celebrazione dei cento anni dalla sua nascita non abbiamo taciuto.
Il silenzio con se stessi e il silenzio con gli altri, l’una e l’altra forma ci fanno ugualmente soffrire. Il silenzio deve essere contemplato e giudicato anche in sede morale, perché il silenzio, come l’accidia e come la lussuria, è un peccato.
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