Abbiamo rivolto alcune domande a Gabriele Ferraresi in merito al suo romanzo e lo ringraziamo per la disponibilità.
Partiamo dalla copertina del libro in cui c’è uno scatto dell’olandese Erwin Olaf con un primissimo piano di un clown, di nome Gerard (ed è significativo che venga dalla collezione Paradise Portraits, ma non voglio andare fuori del seminato). A ben guardare, alcuni denti del clown sono sporchi, pieni di tartaro. Quanto c’è di “sporco” nella storia che racconti?
Molto. Un altro Presidente del Consiglio – certo non quello del libro – quando ancora era solo un imprenditore caldeggiava alla sua forza vendite di avere sempre “il sole in tasca”, pulire i cessi altrui una volta che vi avevano lasciato le proprie deiezioni e avere sempre alito fresco e profumato. Norme di buonsenso per un simbolismo disinfettato non in camice bianco: ma in blazer blu. Un simbolismo asettico, nelle parole di Giuliano Ferrara, che a mio modo di vedere copriva e ha coperto altro: un sistema orrendo di cui a oggi non vedo onestamente un solo lato positivo. Dalla pubblicità alla nascita della televisione commerciale fino al ventennio a colori che va dal 1994 a oggi. Ma non possiamo tornare indietro, meglio sporcarsi le mani con quello che c’è oggi. A un certo punto però il cerone è colato, quella maschera – solo in parte – è caduta. Non una vita fa: a novembre del 2011. È stata un’ipnosi collettiva dalla quale crediamo di essere riemersi in questi mesi di apparente rigore e sobrietà, ma ci sbagliamo di grosso: l’Italia è una nazione sempre pronta a farsi fottere da qualcuno. Tanto più se quel qualcuno ha l’alito fresco.
È una faccenda complicata, difficile da riassumere in poche righe. Semplificando, ti direi: sì per la prima domanda, non saprei per la seconda. Per la prima domanda se c’è una cosa che rimpiango di non avere inserito nel libro è qualcosa di più sui social media, soprattutto su Facebook, straordinario eden del falso sé dove conta solo ciò che vogliamo far vedere. Costruiamo un’altra personalità che riteniamo desiderabile per gli altri: a ben vedere è esattamente quello che aveva fatto qualcuno, offline, vent’anni prima scendendo in campo. Certo, “Una storia italiana” mostrava una famiglia felice e bambini belli e biondi in giardini di ville brianzole: poi però a Capodanno del 1986 se non si scopava con le ragazze del Drive In “Finisce che non scopiamo più!”. Aveva funzionato. Oggi più che mai credo conti per tutti – che noi si lavori nell’editoria libraria, in una panetteria, in un ufficio comunale – come decidiamo di apparire, ma sono cambiati gli strumenti per farlo: i social media ci permettono di settare a piacimento i parametri di questa apparenza. Siamo tutti arguti, siamo tutti in vacanza in posti straordinari, ci divertiamo tutti tantissimo. Non è vero niente. Mi viene da sottoscrivere in pieno quanto ha scritto di recente Tommaso Labranca – che per me resta uno dei pochi Maestri con M maiuscola – sul suo sito, a proposito dell’addio a Twitter:
Mi annoiavo molto a leggere i commenti degli altri e immaginavo quanto si annoiassero quelli che leggevano i miei. Troppi divetti della radioblogosfera con la barbetta, finte icone del fashion che vivono tra Londra e Sassuolo e altra gente che ha trentamila follower raccontando il nulla. Troppi giornalisti con programma radio, rubrica sul quotidiano, ospitata fissa in tv, libro di indignazione in uscita a scadenze semestrali eppure ripetono le stesse cose anche sui social network. Bloccarli? Fatto. Poi me li ritrovavo ritwittati da persone insospettabili che li seguivano. Troppi minuetti tra i soliti noti: “Ho pianto per il tuo articolo!” – “Tu invece sei bravissimo!”. Troppo imbarazzo guardando le foto posate, i profili in inglese maccheronico e i twit che descrivevano la vita meravigliosa di giornalisti freelance e stylist di Telebrembana a due passi dalla Mensa dei Francescani e che la sera piangono seduti sul bidet mentre twittano: “Serata intrigante sulle Ramblas”.
Ripeto: sottoscrivo sillaba per sillaba.
Se vediamo l’estensore di quella massima, Giulio Andreotti, parrebbe proprio che non logori. Ma lui è un unicum nello spazio-tempo, di più, forse nella storia dell’umanità, un po’ come Kissinger. Per loro due e pochi altri non vale quel che vale per noi. Per noi invece ho in mente sempre una frase di Baudrillard, non mi ricordo il contesto, ma diceva “Il potere è un luogo vuoto e senza speranza”. Sarebbe da tatuarselo in testa, vendere casa e andare a vivere in una malga: ma niente paura, non lo faremo mai. Ci piace di più masturbarci col pensiero. Au contraire sgomiteremo dalla prima elementare per essere i migliori della classe, fino alla laurea, fino al precariato, fino alle coltellate fra colleghi, alla ricerca di quel potere. Questo arriverà infine come un infarto.
Gianna Nannini ha detto: “Tutti mi chiedono sempre perché ho scritto una canzone. È sempre la melodia che esplode forte in me… fuori di me, è sempre la melodia che è più forte di me. In realtà non c’è mai un perché, c’è un quando, un come, ma non un vero perché, la scrivo perché ne ho voglia e basta”. Qual è, allora, il quando e il come de L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione?
Molto meno romantico rispetto a quello di Gianna Nannini. Al telefono con Giuseppe Genna, una sera di gennaio o febbraio 2011. Una chiacchierata lunga un’oretta ed è venuta fuori l’idea, tutto qui. Se torni con la mente a quel periodo eravamo davvero su un altro pianeta rispetto a quello in cui viviamo oggi. Ho scritto tutto tra la primavera e l’estate del 2011, un po’ a Milano la sera e nei weekend, un po’ in Corsica. E poi c’è stato lo straordinario lavoro di editing fatto con Giuseppe e con Serena Casini al Saggiatore, grandiosi entrambi.
Gabriele Ferraresi
L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione
Il Saggiatore, Milano 2012
ISBN 978-88-428-1761-1
pp. 312, euro 15
Disponibile anche in ebook a € 9,99