Uomo piccolino, uomo comune. Sono un uomo comune, uno qualsiasi, che erra tra il dolore e il piacere – era da molto che non sentiva quel brano, molti anni prima aveva l’LP di Caetano, anzi, non l’LP, ma l’audiocassetta che aveva registrato dall’LP di qualcuno. Devo vivere e morire come un uomo comune.
Peter Gast. Haruki prese l’ascensore che lo portava al ristorante tailandese. Aveva un foglietto in tasca. Un indirizzo. Qualcuno che doveva cercare. Una coppia di amici del suo editore, che abitavano a Tokio, per studio.
Haruki era in anticipo. Si sedette e chiese una birra. Un brindisi silenzioso per il padre defunto. Alla salute, vecchio, ovunque tu sia. Cosa ne penseresti di Tokio? Quando è stata l’ultima volta che sei venuto qui? Quaranta, cinquant’anni fa? La riconosceresti Tokio?
E perché non abbiamo mai parlato di queste cose? E perché io non ti ho mai prestato attenzione, vecchio disgraziatamente assente ora, quando venivi da me con la voglia di chiacchierare insieme? E perché io non ho mai dato importanza elle tue (mie) origini giapponesi, e perché non ho mai trovato i miei occhi più a mandorla di tutti gli altri brasiliani? Com’è stato che ti ho ignorato, e ho ignorato anche me stesso?
Com’è successo che un giorno ho trovato un discendente di giapponesi come amante? Lo avresti approvato? Un’amante, prima di tutto. Un’amante con lo stile di Yukiko, secondariamente. La mia piccola Yukiko che non è mai stata mia – forse che le sue mani nei ricordi del mio cervello, queste mani pesanti sulla tastiera, sono tanto reali quanto le mani che ho realmente visto e toccato?
Yukiko e le sue mani. Siamo stati insieme poche volte. Sempre di meno. Per un tempo troppo lungo. Sempre di pomeriggio. Il primo pomeriggio ho usato le mie mani per togliere i vestiti di Yukiko come se compiessi un rituale sacro. Con riverenza, fu la parola che usò lei, poi, per descrivere – descrivermi.
Il primo pomeriggio passò la sua mano sulla mia bocca. Toccò la mia lingua con la punta di un dito. Con la punta di due dita. Io chiusi la bocca intorno alla punta delle due dita di Yukiko. Lei chiuse gli [occhi ed emise un gemito, che fu da dove tutto cominciò a diventare irrecuperabile.]
***
Il libro (dal sito della casa editrice): Un viaggio dal Brasile al Giappone per imparare da capo. Imparare a camminare di nuovo, imparare chi siamo. Celina e Haruki: un’identità spezzata e un’identità mai cercata prima. Sarà il diario di Matsuo Bashō, il poeta giapponese della fine del diciassettesimo secolo, a farle incrociare casualmente e a unirle in un viaggio.
Haruki e Celina, l’illustratore e la donna che faceva borse di stoffa; compagni di percorso, eppure così distanti. Haruki non sa cosa abbia spinto Celina ad accettare quell’invito da uno sconosciuto, appena incontrato per caso su un vagone della metropolitana di Rio – fuggire, forse? Celina non sa se il viaggio di Haruki, il nissei, il carioca dagli occhi a mandorla che non parla e non capisce il giapponese, sia un ritorno all’origine oppure un inizio. Nessuno dei due sa se ci possa essere spazio per la condivisione, se i luoghi lasceranno su entrambi gli stessi segni, la stessa nostalgia, come nelle peregrinazioni di Matsuo Bashō. O se, invece, ci saranno due viaggi distinti, due solitudini che si sfiorano. “Il viaggio è sempre per il viaggio in sé”, ed è fatto al tempo stesso di momenti struggenti e di una quotidianità che forse è in grado di curare il dolore.
Adriana Lisboa
Rakushisha
traduzione di Sara Favilla
Angelica, 2012
ISBN 9788878960183
pp. 136, euro 12